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07. Rapporti di convivenza, coppie di fatto e Unioni Civili

Rapporti di convivenza - Contratti di convivenza

Con il termine "famiglia di fatto" o "convivenza more uxorio" o "unioni civili" si intende l'unione stabile e la comunione di vita spirituale e materiale tra due persone, non fondata sul matrimonio, "secondo il costume (mōre) matrimoniale (uxōrio)". La famiglia di fatto si distingue per l'espressione della libera scelta del singolo individuo di non costituire un vincolo formale e di fondare il rapporto solo sul sentimento di affetto e di amore.

Da una decina di anni a questa parte si assiste ad un aumento di coppie che sempre di più decidono di optare per una convivenza piuttosto che per il matrimonio.

I dati ISTAT degli ultimi anni confermano questo trend: in Italia stanno aumentando il numero delle coppie di fatto (ovvero persone che vivono une relazione more uxorio) a discapito delle coppie che, per converso, scelgono di convolare a giuste nozze.

Con la legge Cirinnà del 2016 si è potuto dire in modo ufficiale che la famiglia non è fondata in modo esclusivo sul matrimonio, ma su una comunione di vita materiale e spirituale, motivo per il quale, anche i conviventi, le cosiddette “coppie di fatto”, godono di gran parte dei diritti riconosciuti alle coppie sposate.

 

Adesso i conviventi possono affermare di essere riusciti a raggiungere notevoli traguardi rispetto al passato.

Resta la possibilità di stipulare un contratto di convivenza, e spesso ci si chiede quali siano i relativi risvolti.

Per merito della legge Cirinnà del 2016, esiste un provvedimento che indica, senza equivoci di sorta, quali sono i diritti e gli obblighi di coloro che convivono nonostante non siano sposati.

Secondo la legge, si intendono per conviventi di fatto, due persone maggiorenni unite in modo stabile da legami affettivi di coppia e di reciproca  assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

La convivenza di fatto viene attestata attraverso un’autocertificazione in carta libera, presentata al comune di residenza, nella quale i conviventi dichiarano di convivere allo stesso indirizzo.

Il Comune, una volta abbia provveduto agli opportuni accertamenti, rilascerà il certificato di residenza e stato di famiglia.

I conviventi non hanno nessun obbligo di presentare la sopra menzionata autocertificazione, perché la convivenza può essere provata con ogni strumento, anche con dichiarazioni testimoniali.

La convivenza di fatto viene rivolta a coloro che sia che siano eterosessuali, sia che siano omosessuali, hanno deciso di non contrarre matrimonio né di sancire il loro legame attraverso l’unione civile, ma che sono allo stesso modo meritevoli di tutela rispetto a determinati aspetti della vita.

La convivenza di fatto tra due persone, quando viene formalizzata nei modi dei quali si è scritto in precedenza, pone in essere un nucleo familiare che, nonostante sia diverso da quello matrimoniale, è, allo stesso modo, meritevole di tutela.

In presenza di una convivenza di fatto nascono i seguenti diritti e doveri:

Stessi diritti che spettano al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario.

La possibilità di far visita al proprio partner in carcere.

Il diritto reciproco di visita, di assistenza e di accesso alle informazioni personali, in caso di malattia o di ricovero del convivente di fatto.

La facoltà di nominare il convivente come proprio rappresentante in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute, o di morte, in relazione alla donazione di organi, alle modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.

Il convivente di fatto può essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, se il partner venga dichiarato interdetto, inabilitato o beneficiario dell’amministrazione di sostegno.

In caso di morte del proprietario dell’abitazione comune, il convivente superstite può restare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e non oltre i cinque anni.

Se il convivente superstite abbia figli minori o disabili, ha diritto di continuare a restare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.

Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente ha la facoltà di succedergli nel contratto.

Lo stesso diritto al risarcimento del danno che spetta al coniuge superstite, in caso di decesso del convivente di fatto derivante da fatto illecito di un terzo.

Il diritto del convivente di partecipare alla gestione e agli utili dell’impresa familiare del partner, nonché ai beni acquistati con questi ultimi e agli incrementi dell’azienda, in proporzione al lavoro prestato.

In caso di cessazione della convivenza di fatto, il diritto di ricevere gli alimenti dall’ex convivente, qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento

Con lo scioglimento della convivenza possono sorgere diverse questioni ed effetti patrimoniali e non, che l'Avvocato Benvenuto analizza insieme ai propri assistiti per ricercare la soluzione migliore.

 

Per tale ragione, un accordo di convivenza (o patto di convivenza) consente di regolare le questioni economiche e patrimoniali, anche per il caso di rottura del legame o di scomparsa prematura di uno dei conviventi.

 

Lo Studio Legale Benvenuto offre consulenza per la redazione di contratti per le coppie di non coniugati che abbiano intenzione di intraprendere un rapporto stabile e duraturo di convivenza.

 

Il contratto di convivenza potrà avere ad oggetto:

  • la scelta e le spese per l'abitazione comune

  • i diritti ereditari e di successione tra i conviventi

  • la disciplina delle spese comuni la disciplina dei doni l'inventario, il godimento, la disponibilità e l'amministrazione dei beni comuni

  • la facoltà di assistenza reciproca, in tutti i casi di malattia fisica o psichica (o qualora la capacità di intendere e di volere di una delle parti risulti comunque compromessa), o la designazione reciproca ad amministratore di sostegno.

  • i diritti acquistati in regime di convivenza

  • le incombenze e i reciprochi diritti in caso di cessazione della convivenza

Si tratta di un contratto che può essere redatto dall'Avv. Benvenuto a cui le parti si rivolgono per ottenere un risultato, cucito addosso alle proprie specifiche esigenze, qualora si intenda iniziare una convivenza o sorga l'esigenza di "programmarne" lo svolgimento. Ovviamente, non si tratta di atti "fac simile", ma occorrerà verificare insieme le esigenze specifiche della coppia per disciplinare i diversi aspetti, consentendo di tutelare in questo modo, nero su bianco, la parte debole della coppia. 

Dal contratto di convivenza nascono dei veri e propri obblighi giuridici a carico delle parti che lo hanno sottoscritto. Pertanto la violazione di taluno degli obblighi assunti con il contratto di convivenza legittima l'altra parte a rivolgersi al giudice per ottenere quanto le spetta. La durata "naturale" del contratto di convivenza coincide con la durata del rapporto di convivenza. E' logico quindi subordinare gli effetti del contratto alla permanenza del rapporto di convivenza.

Ciò non toglie che vi siano alcuni accordi destinati a produrre i loro effetti proprio a partire dalla cessazione del rapporto di convivenza: si pensi a tutti gli accordi che fissano le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza. Se nel contratto sono contenuti anche accordi di questo tipo, alla cessazione del rapporto di convivenza, il contratto continuerà a trovare applicazione proprio per disciplinare la fase di definizione dei rapporti patrimoniali e la divisione dei beni comuni.

Sono ritenute ammissibili clausole volte alla regolamentazione dei rapporti patrimoniali inerenti il mantenimento, l'istruzione e l'educazione dei figli, posto che incombe su entrambi i genitori l' obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole. Si tratterebbe, comunque, di clausole sempre suscettibili di essere revocate e modificate se ciò fosse richiesto al fine di perseguire l'interesse dei figli (da considerarsi sempre preminente rispetto all'interesse dei conviventi al rispetto degli accordi tra gli stessi intervenuti).

La disciplina sul recesso, il termine e la condizione nei contratti di convivenza

 

Ai conviventi è data la possibilità di recedere (unilateralmente) dal contratto di convivenza. Il convivente a cui dunque “non vada più bene” questa convivenza, avrà la possibilità di scioglierla con dichiarazione unilaterale resa al notaio o all’avvocato. Quando il convivente che eserciti il recesso sia unico titolare della disponibilità della residenza familiare, lo stesso dovrà concedere all’altro convivente un termine non inferiore a novanta giorni per abbandonare l’immobile. Il contratto di convivenza non tollera l’apposizione di termini o condizioni. Quando i termini o le condizioni siano fissati nell’ambito di un contratto di convivenza, si avranno per non apposti in quanto nulli. Lo scopo di questo divieto è quello di evitare una possibile coartazione della volontà di uno od entrambi i conviventi, che non potranno essere forzatamente costretti a comportarsi in un modo o nell’altro in considerazione di un termine o di una condizione di efficacia.

Le differenze  tra convivenza di fatto e coppie di fatto

La legge Cirinnà, quando ha introdotto le convivenze di fatto e le unioni civili, le quali possono intercorrere esclusivamente tra persone dello stesso sesso, ha previsto che due persone che stanno insieme, se vogliono essere riconosciute dallo Stato godendo dei diritti dei quali si è scritto in precedenza, devono rendere formale la loro convivenza recandosi al Comune e adempiendo agli oneri dei quali si è scritto sopra.

 

In Italia, ci sono diverse coppie che, nonostante abitino sotto lo stesso tetto da anni, non vogliono rendere ufficiale la loro unione, non vogliono diventare conviventi di fatto.

A questo proposito, ci si chiede quale regime giuridico si applicherà in presenza di simili circostanze.

 

Coloro che convivono ma che non voglio registrare la loro unione in Comune continuano a restare una coppia di fatto, distinguendosi dai conviventi di fatto per la minore tutela che viene loro accordata.

La coppia di fatto non è disciplinata da nessuna legge, e dovrà accettare la tutela che è stata loro riconosciuta nel corso degli anni da parte della giurisprudenza.

 

Unioni Civili

L’Unione civile non è un matrimonio, ma una «specifica formazione sociale» composta da persone dello stesso sesso,

Le unioni civili si costituiscono tra due persone maggiorenni dello stesso sesso, attraverso una dichiarazione effettuata di fronte all'ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni.

 

Le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dall'unione civile deriva l'obbligo reciproco:

  •  all'assistenza morale e materiale

  •  alla coabitazione.
     

Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.

 

L'indirizzo della vita familiare e la residenza comune siano concordati tra le parti, spettando a ciascuna di essa il potere di attuare l'indirizzo concordato.

E’ prevista la registrazione degli atti di unione civile nell'archivio dello stato civile.

Il documento attestante la costituzione del vincolo deve contenere:

  • i dati anagrafici delle parti,

  • l'indicazione del loro regime patrimoniale (comunione o separazione dei beni)

  • la loro residenza

  • i dati anagrafici

  • l’identità e la residenza dei testimoni.

Come nel caso del matrimonio civile, si prevede anche nelle unioni civili delle persone dello stesso sesso che il regime patrimoniale ordinario sia quello della comunione dei beni, a meno che le parti formino una convenzione patrimoniale, cioè un differente accordo sulla gestione delle sostanze economiche dei partner stessi.
Anche in tal caso, come nel matrimonio, resta ferma la possibilità di optare per la separazione dei beni.
Alle unioni civili, in tema di regime patrimoniale, si applica la  disciplina in materia di fondo patrimoniale, comunione legale, comunione convenzionale, separazione dei beni e impresa familiare.

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