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04. Regolamentazione rapporti genitoriali figli nati fuori dal matrimonio

Regolamentazione rapporti genitoriali figli nati fuori dal matrimonio

Il legislatore ha sancito in maniera definitiva l’uguaglianza giuridica della prole e ha enunciato che “tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”. Questi, hanno il diritto di essere mantenuti, educati, istruiti e assistiti moralmente dai genitori, nel rispetto delle loro capacità, delle loro inclinazioni naturali e delle proprie aspirazioni.

È scomparsa così la tradizionale distinzione tra “figlio legittimo” e “figlio naturale”, formalmente superata dalla Legge 10 dicembre 2012, n. 219, con la quale è stata data piena attuazione al principio costituzionale secondo cui la legge è chiamata ad assicurare ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con le prerogative riconosciute ai membri della famiglia.

 

In particolare, la Riforma del 2012 ha riscritto la nozione di “parentela”, sganciandola definitivamente dal concetto di «famiglia legittima fondata sul matrimonio» e definendola, come quel “vincolo” di consanguineità che si instaura tra persone discendenti da uno stesso avo, tanto nel caso di filiazione avvenuta all’interno del matrimonio, quanto nel caso di filiazione al di fuori di esso.

Lo Studio Legale Benvenuto gestisce la crisi di una coppia non sposata con figli minori, analizzando in modo specifico il caso e valutando le due possibili strade messe a disposizione dal nostro ordinamento, ovvero una di natura stragiudiziale (o ante-giudiziale) e l’altra di natura giudiziale.

La prima è la mediazione familiare.

La mediazione familiare ha, come detto, lo scopo principale di conciliare le parti: la conciliazione può essere intesa sia come rappacificamento della coppia (con superamento della crisi) sia come supporto alla coppia utile a far deporre “l’ascia di guerra” e incentivare la c.d. “separazione dignitosa” (ovvero scevra dai sentimenti di rabbia, frustrazione e vendetta che possono sorgere al termine di una relazione).

Scopo di questo procedimento è unicamente tutelare il minore redigendo un accordo o ottenendo una sentenza che stabilisca diritti e doveri di entrambi i genitori nei confronti del figlio: ciò che conta (e ciò che viene esaminato) è la figura del genitore e non la figura della persona come parte di una coppia.

La seconda è il ricorso al Tribunale competente

La Legge 219/2012 ha introdotto il cd. il «rito partecipativo» per la regolamentazione in giudizio dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle coppie di fatto, conviventi, non sposate.

Qualora i genitori concordino integralmente sulle condizioni di affidamento e mantenimento, possono presentare al Tribunale ordinario un ricorso congiunto ai sensi dell’art. 316 cod. civ.. In tal caso i genitori non dovranno neppure comparire davanti al Giudice e l’esame del Tribunale si limiterà alla verifica dell’adeguatezza degli accordi raggiunti dai genitori nell’interesse della prole minore, alla luce del disposto normativo di cui all’articolo 337-ter, comma secondo, codice civile, accordo che verrà poi recepito dal Collegio.

In caso di disaccordo, invece, il procedimento prevede che, una volta depositato il ricorso ex art. 316-317 bis cod. civ.,  il Presidente del Tribunale non fissi (come accade invece per i procedimenti di separazione e divorzio) udienza, bensì conceda due termini, uno per la parte ricorrente per la notifica del ricorso, ed un altro alla parte resistente per il deposito di una memoria difensiva di costituzione, concedendo sempre ad entrambe le parti il termine per il deposito delle ultime tre dichiarazioni dei redditi. Lette le difese, il Collegio può:

  • fissare direttamente udienza dinanzi a sé, non ritenendo sussistenti i presupposti per formulare un suggerimento conciliativo;

  • rimettere le parti dinanzi al giudice delegato con il compito di suggerire ai genitori una possibile soluzione conciliativa, riservandosi di intervenire successivamente, se fallito il tentativo di conciliazione;

  • pronunciare provvedimenti provvisori, in presenza di conclusioni parzialmente conformi dei genitori (es. entrambi chiedono l’affido condiviso).

 

Il procedimento prevede, quindi, una fase conciliativa innanzi ad un giudice delegato, e solo in caso di fallimento di quest’ultima, una fase contenziosa innanzi al Collegio. La fase conciliativa o pre – contenziosa potrebbe, pertanto, concludersi con un accordo dei genitori, che verrà poi recepito dal Collegio, una sorta di omologa, sempre in analogia con quanto avviene nei procedimenti di separazione e divorzio.

 

Tale accordo ben potrebbe corrispondere alla proposta del giudice designato oppure in una soluzione totalmente o parzialmente diversa, elaborata dai genitori grazie all’assistenza dei difensori nominati, che certamente possono utilizzare il suggerimento del magistrato al fine di convincere le rispettive parti a confrontarsi sui problemi emersi ed a dialogare come padre e madre.

 

Se la fase conciliativa non porta a nessuna composizione bonaria, gli atti vengono rimessi al Collegio che provvede alla definizione giudiziale del procedimento.


  Studio Legale Benvenuto

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